La frase “Made in Italy”, sembra quasi rievocare ricordi lontani; l’espressione è sinonimo di eleganza, raffinatezza, ricercatezza e pura artigianalità, valori che oggi si sono un pò persi, causa il fenomeno fast-fashion e globalizzazione. Per affrontare l’argomento vale la pena ricordare quando è nata la moda italiana; nel 1951 il conte Giorgini fece sfilare dieci case di moda con 18 modelli ciascuno nelle sale del suo antico palazzo nobiliare e convinse alcuni buyer americani ad assistere alla sfilata prima di tappa a Parigi per la consueta settimana della moda. Dato il grande successo la sfilata si ripetè, questa volta a Palazzo Pitti, e da quel momento in poi la moda italiana si impose sulla scena internazionale come sinonimo di eleganza, gusto e stile. Verso il 1960 cambiano gli status, la società e il modo di vestire, basti pensare alla Swinging London, a Mary Quant e alla minigonna.

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Sono gli anni delle contestazioni, gli anni delle rivoluzioni industriali in cui l’abbigliamento viene usato come mezzo di riscatto. Sono questi gli anni in cui si può parlare di “made in italy”, con lo sviluppo del confezionamento in serie e la nascita del pret-a-porter. Con il tempo, e lo sviluppo dei grandi colossi del settore fast-fashion affacciatisi nel nuovo millennio, guardasi H&M o Zara, quell’eleganza e quel gusto italiano inconfondibile si è in parte smarrito. A questo proposito, uno dei settori maggiormente colpito è stato quello dei tessuti per il confezionamento degli abiti, che  rimane per l’80% dei casi solo un bel ricordo, nonostante l’Italia sia ricchissima di aziende che producono stoffe e pelli di altissima qualità e pregio, basti pensare alla Toscana e alle Marche.

 

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Eppure, molto spesso oggi per aggirare i costi e risparmiare, si cede all’acquisto di materiali  prodotti al di fuori del territorio nazionale, soprattutto in paesi che vivono in condizioni di degrado, come i paesi del Terzo Mondo, in cui gli stessi lavoratori vengono sfruttati e hanno un costo di manodopera inferiore al nostro. Molte iniziative si sono prese e molte organizzazioni sono nate per salvaguardare e rilanciare l’industria manifatturiera italiana.  Ma tolta questa breve parentesi, vi sono ancora aziende e case di moda che continuano a rimanere fedeli e a privilegiare i tessuti e i prodotti italiani. L’Atelier Persechino nei suoi abiti in bilico tra architettura e design, utilizza solo tessuti italiani, promuovendone e incentivandone lo sviluppo. Grazie al suo operato possiamo sicuramente sentire il profumo ancora una volta di quella bellezza e quell’originalità dell’Italia di un tempo. Il dubbio persiste e rimane: si può parlare ancora oggi di “made in italy”? Lascio a voi le considerazioni finali..

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